Neurodivergenza, società e lavoro: intervista ad AnotherWayTo –
di Meltea Keller

29 Giugno 2026

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Se ne sente parlare, forse. O forse no. Forse la si riconduce solo a un certo tipo di autismo (il più rappresentato), oppure ci si è fatti l’idea che sia una moda che “prima non c’era”, in barba alla componente genetica. È che, in passato, davanti a un cervello che funziona in maniera atipica si usavano altre parole – più semplici, più opache: è fissato, è distratto, è rigido, è un genio, è fumino, è depresso, è esigente, è un perfezionista, è strano…

 

Vorrei affrontare l’argomento dalle basi, assieme alle nostre partner di ????????????, una realtà che accompagna le aziende nella progettazione di relazioni, comunicazioni e processi in chiave brain-friendly. Se il nome non vi è nuovo, è perché ci hanno aiutato nella scorsa edizione di Cambiamo Copione! a rendere l’evento più accessibile possibile.

 

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È utile partire dal termine neurodiversità che indica la naturale variabilità tra i sistemi neurali e cognitivi dell’intera specie umana. Potremmo dire, l’insieme di tutti i nostri cervelli.

 

Il termine neurodivergenza, invece, indica quei profili che si discostano in modo significativo dalla configurazione neurocognitiva più frequente, quella che in statistica chiamiamo norma. Ma norma non significa giusto o migliore. Significa solo statisticamente più frequente.

 

Non è un termine medico e nemmeno una nuova etichetta diagnostica. Si tratta di concetti coniati dalle stesse persone neurodivergenti, in primis autistiche, per contrastare il modello medico predominante che vede a queste variazioni come deficit che devono essere corretti per riportare le persone più vicino a quella norma statistica. Proprio perché questo movimento è nato all’interno delle comunità autistiche, spesso si tende a considerarlo esclusivo di questi profili, ma la sua definizione è ben più ampia perché vuole abbracciare tutte quelle caratteristiche che non rientrano in quella norma statistica, potremmo dire atipiche.

 

In questa ampia definizione rientrano anche quelle che, in ambito clinico, chiamiamo condizioni del neurosviluppo come autismo, ADHD, dislessia e molte altre, che sono il nostro specifico focus.

 

Queste ultime hanno in comune una base neurobiologica: geni che determinano cablaggi cerebrali peculiari. Non si tratta assolutamente di malattie quindi, ma di caratteristiche costituzionali della persona, che possono portare ad alcune sfide, sì, ma ad altrettanti punti di forza.

 

Questo anche grazie al fatto che il nostro cervello ha straordinarie capacità di adattamento, una vera e propria plasticità che permette di trovare strade alternative quando incontra ostacoli o barriere. E di barriere le persone neurodivergenti nella vita ne incontrano molte, perché spesso i contesti di vita e l’idea generale predominante, ammettono solo quella configurazione tipica che diventa l’unica desiderabile e accettabile.

 

E questo è uno dei motivi principali delle fatiche, del dispendio di energia che molte persone neurodivergenti devono mettere in conto ogni giorno, ma anche altrettanto spesso la base di peculiarità e talenti. Il cervello crea strade nuove, sentieri non battuti, reti che una mente neurotipica non ha quasi mai motivo di allenare.

 

Volendo fare una riflessione evoluzionistica, è abbastanza intuitivo capire perché sono caratteristiche e modi di funzionare che non sono stati persi nel corso dell’evoluzione. Vi immaginate se avessimo tutti e tutte la stessa identica configurazione cerebrale? Saremmo destinati all’estinzione, non sarebbe possibile il progresso e l’evoluzione.

 

E non parliamo di una minoranza: le stime indicano il 15-20% della popolazione mondiale. In Italia, tra 3,5 e 4,6 milioni di persone neurodivergenti sono già nel mondo del lavoro. È la realtà di ogni team, di ogni ufficio.

 

In AnotherWayTo ci piace parlare di diversi modi di, perché di questo si tratta. Di modi differenti e preziosi di pensare, agire, comunicare, essere. La variabilità neurocognitiva è una realtà umana e un antidoto all’uniformità di pensiero, dannosa per la nostra sopravvivenza. Perché incasellare le persone quando possiamo apprezzare l’unicità di ciascuno e ciascuna? Quando facciamo questo salto culturale, non abbiamo bisogno di etichette ma di lenti per cogliere e mettere a valore le nostre unicità. Unicità che quando si sommano in modo complementare ci rendono capaci di qualsiasi risultato.

 

Da qui nasce prima di tutto l’intenzione di superare etichette e confini, di spostarci sempre di più dalla lente del deficit che racconta di funzionamenti normali versus funzionamenti deficitari e preferiamo parlare di variabilità neurocognitiva per sottolineare che la variabilità di pensiero e azione è una dimensione collettiva. I nostri cervelli sono tutti diversi.

 

Per lo stesso motivo abbiamo scelto di chiamare la nostra realtà AnotherWayTo perché non esiste un solo modo giusto di funzionare, ma sicuramente esiste un modo migliore per progettare per questa variabilità.

 

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Con un sorriso amaro potremmo dire lo stigma nello stigma.

 

Il linguaggio condiziona profondamente il pensiero. Queste caratteristiche della persona, come dicevamo, sono state guardate a lungo (e tutt’oggi spesso sono guardate) attraverso la lente del deficit, come caratteristiche non desiderabili. Ma, fortunatamente, si sta iniziando a porre attenzione al linguaggio e a non definirli più, per esempio, disturbi bensì condizioni del neurosviluppo o profili di funzionamento, un cambio apparentemente piccolo, ma che sposta completamente il punto di vista.

 

L’immaginario è poi legato anche alle rappresentazioni che spesso vengono fatte di queste caratteriste  – cinema, serie tv, narrativa – che hanno contribuito alla costruzione di personaggi spesso stereotipati per esempio, per l’autismo il genio asociale, il savant o la persona incapace nelle relazioni. Questi modelli appiattiscono una realtà che è invece estremamente sfumata: queste caratteristiche variano enormemente da persona a persona, e anche all’interno della stessa persona cambiano in base al contesto. Inoltre spesso si trovano più profili nella stessa persona, in ambito clinico si chiama co-occorrenza, e anche in questo senso, ricercatori e clinici si stanno chiedendo quanto forse sia più appropriato parlare di spettro del neurosviluppo.

 

Dire “non sembri” fa parte dello stesso vizio di pensiero, se si guarda sempre tutto dal modello del deficit significa “non sembri sbagliato – sembri normale – sembri simile a me”. E lo stereotipo del genio è altrettanto dannoso perché carica la persona di responsabilità: se sei neurodivergente allora devi essere un genio. Una persona neurodivergente non può quindi essere semplicemente una persona, con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi punti di forza e le sue aree di sfida come ogni altra persona?

 

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Hai centrato un punto fondamentale. Tante delle meravigliose persone che abbiamo avuto la fortuna di incontrare durante il nostro percorso professionale si sentivano, appunto, stupide. Erroneamente stupide perché anzi, spesso, queste persone hanno un’intelligenza superiore alla media. Ma un mondo tarato su unico modo di, non tiene conto altri modi per raggiungere lo stesso obiettivo e li penalizza. E accade ancora oggi, nonostante ci sia più attenzione a questa tematica e ci siano delle leggi ad hoc per la scuola e l’università. Ma se non cambia il mindset, se non cambia lo sguardo, allora non cambierà mai davvero neanche il vissuto perché si pensa che vengano concesse facilitazioni, aiuti. Ma non si tratta di questo, si tratta di dare a tutti e tutte le stesse opportunità per raggiungere l’obiettivo. E soprattutto legittimare il poter essere: essere liberi e libere di assecondare il proprio modo di.
Anche perché, spoiler: il modello neurotipico postula una mente ideale, sempre performante, sempre attenta ma… questa mente non esiste. Questo modello è quindi dannoso per tutti e tutte, anche se sicuramente lo è ancor di più per le persone che si discostano maggiormente da quella “norma”.

La vera norma è la variabilità.

 

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Noi sogniamo un mondo senza etichette, dove venga legittimato ogni modo di. Per questo parliamo di variabilità neurocognitiva e lavoriamo seguendo l’approccio dell’Universal design applicandolo al mondo del lavoro.

 

L’ Universal Design nasce negli anni ’80 per ripensare gli spazi fisici in modo che fossero accessibili a tutti e tutte fin dalla progettazione e questo ha un impatto su una persona che ha specifiche esigenze ma in realtà ha poi una ricaduta positiva for all.

 

Noi applichiamo la stessa logica ai contesti organizzativi: comunicazione, processi, formazione, spazi di lavoro. Quando ripensiamo questi elementi tenendo conto della variabilità dei nostri cervelli, produciamo certamente un beneficio concreto per le persone neurodivergenti, ma miglioriamo allo stesso tempo la qualità del lavoro per tutti e tutte.

 

Partiamo quindi sempre dal funzionamento del cervello, neurotipico o neuroatipico che sia, e per questo abbiamo deciso di chiamare il nostro specifico approccio di Design for all, brain-friendly.

 

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Il primo ingrediente che cerchiamo di portare è la consapevolezza di quella variabilità che riguarda tutti e tutte. E quindi la consapevolezza che parlare di neurodiversità, di menti tipiche o atipiche, non sia una questione che riguarda poche persone ma una realtà collettiva, un’opportunità di crescita per l’umanità e per qualsiasi sistema umano, compreso quello organizzativo. Nessun cervello è immune al sovraccarico e a modelli e procedure distanti dal proprio modo di. Eppure, non lo conosciamo, non lo ascoltiamo, rincorriamo la performance ignorando quella flebile vocina che ci dice, forse così non va, forse dovremmo cambiare modo di fare le cose.

 

E quando lo sguardo cambia, si passa a un piano operativo. Si tratta di interventi sartoriali che partono dalle esigenze e dalle priorità delle realtà che collaborano con noi: partiamo dalle specificità dei profili del neurosviluppo e interveniamo intercettando in ambienti e procedure ostacoli e barriere viziate da un modello unico e standard, aprendo lo spazio a flessibilità e variabilità di pensiero e azione. Questi percorsi coinvolgono sempre tutti i livelli dell’organizzazione, inclusa la leadership, perché un cambiamento reale non si genera in una sola direzione.

 

Lavoriamo, per esempio, sui processi HR – selezione, onboarding, formazione, gestione e sviluppo – con percorsi che vanno dall’introduzione di piccoli accorgimenti fino alla vera e propria co-progettazione in ottica brain-friendly. Sulla comunicazione, per esempio, partiamo dalle sfide specifiche di una persona dislessica per applicare criteri di chiarezza tipografica e del contenuto che migliorano testi, manuali e modulistica per tutti e tutte. Sui processi di lavoro, mappiamo le fonti di sovraccarico cognitivo all’interno di team specifici e ridisegniamo i flussi operativi introducendo strumenti e strategie che ottimizzano il lavoro a vantaggio di tutte le persone coinvolte.

 

Tante realtà con cui abbiamo lavorato hanno avuto modo di scoprire che quest’ottica Brain-friendly cambia davvero la quotidianità lavorativa sia in termini di benessere che di produttività, for all.

 

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Il più comune è questo: che sia una questione etica, da affrontare per fare del bene a una piccola minoranza.

 

Ma fortunatamente è una certezza che va in frantumi in pochi minuti. Grazie a piccoli esercizi che abbiamo strutturato, le persone toccano con mano la propria variabilità neurocognitiva. Spesso è la prima volta che si fermano a pensare a come funziona il proprio cervello. E in quei momenti capiscono che non è una questione che riguarda poche persone, ma tutti e tutte e diventa un’occasione di scoperta di sé e il punto di partenza per scoprire e, finalmente, comprendere altri modi di.

 

Una delle cose più belle che ci è stata detta dopo una formazione recente è che abbiamo aperto uno squarcio su una tela statica e immobile che, per quanto bella, nascondeva dietro di sé una complessità dinamica e ricca di sfumature. Un bagaglio di possibilità che aspettava solo di essere spalancato.

 

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Non ancora con la frequenza che vorremmo e non perché la necessità non ci sia. Anzi. Nel settore culturale abbiamo già lavorato sul versante della comunicazione e degli spazi brain-friendly pensati per il pubblico.

 

Sul lato delle produzioni audiovisive è un territorio che conosciamo bene e, anche grazie al confronto con voi, sappiamo quanto ce ne sarebbe bisogno.

 

Un set è un ambiente ad altissimo sovraccarico cognitivo – tempi compressi, comunicazioni frammentate, cambi improvvisi, stimoli continui – e quel sovraccarico, quando non viene riconosciuto e gestito, può diventare una strada dritta verso il burnout.

 

Speriamo che ci siano occasioni di collaborare sempre di più anche con realtà di questo tipo.

 


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Neuropsicologa e Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale | Diagnosi & Consulenza Dislessia, DSA, ADHD e Autismo in età adulta |Universal Design | Co-founder AnotherWayTo

 

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Neuromanagement, neuroassessement, neuropotenziamento per le organizzazioni| Consulenza 1:1 lavoratori e lavoratrici neurodivergenti | Tecnico dell’Apprendimento | Sceneggiatrice & Storyteller | Co-founder AnotherWayTo

 

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Meltea Keller (lei/ləi) è un’autrice italiana nata nel 1985 e residente a Bologna. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra creazione letteraria, cinema, divulgazione sulle neurodivergenze e impegno ecologista e transfemminista. Attualmente cura la rubrica Neurobug di sistema per FiloTabù e collabora regolarmente con riviste culturali ed ecologiste italiane.

 

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